Da qualche parte in Antartide

Sto andando incontro alla morte. Già, proprio cosi, inconsciamente credo di saperlo ma proseguo lo stesso sulla strada della follia, un percorso insensato che non conduce a nulla, una landa desolata di ghiaccio e solitudine cosmica. Mentre gli altri membri del branco con lucidità si muovono verso la ricerca del cibo, verso l’oceano, io resto lì, al centro, un puntino che si distingue dalla candida distesa di neve. E che gli dico agli altri? Che poi mi avrebbero disconosciuto per un po’ di pesce…che strani che siamo se poi ci pensate, siamo degli sconosciuti che fingono di conoscersi e di convivere, ma io sono io, no, ero, nel momento in cui penso sono già diverso dal me di qualche attimo prima e continuerò a trasformarmi, ad adattarmi al contesto richiesto per ragioni di sopravvivenza della specie. In direzione opposta e contraria, inizia il mio personale pellegrinaggio agonizzante, punto alle catene montuose sullo sfondo dell’orizzonte, un viaggio di centinaia di chilometri, senza vedere del pesce, senza una goccia d’acqua. I ricercatori l’hanno più volte definita una vera e propria marcia della follia, anche se uno di loro mi riportasse al punto di partenza, ripartirei subito dopo con insistenza, goffamente, nuovamente riprendo quei km di vuoto, 5000 per l’esattezza, vado per l’interno del vasto continente sfuggendo ai canoni, a qualsiasi logica ipotizzabile, al prestabilito. E guai a toccarmi, potrei ulteriormente disorientarmi, ed è quella la peggior cosa che possa capitare ad un folle, se uno non ha la concezione dello spazio-tempo ma vive nel suo involucro dimensionale, beh c’è poco da fare, rassegnatevi voi razionali. Nel mentre, io proseguo, non potete capire quello che sento, non provateci, non scervellatevi troppo, ve ne prego, lo dico solo per voi perché tanto conoscete già la conclusione di questo evento.  Ma arriverà il giorno in cui ci sarà la fine di tutto, del freddo, degli imponenti ghiacciai, del pesce, della mia specie e anche della vostra, e forse solo allora ve ne farete una ragione.

Un pinguino. Da qualche parte in Antartide.

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Encounters at the End of the World (Werner Herzog, 2007)
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Busker

Sono un artista di strada senza voce, confeziono momenti di riflessione per passanti distratti,

Sono un artista di strada che di strada non ne ha fatta, sognavo di scrivere per il cinema, volevo conoscere e raccontare le vite altrui per capire meglio la mia,

Sono un artista di strada malinconico e vagabondo proprio come quegli animali persi e disorientati, cerco qualcosa che non so, che non ho, che non conosco, che mi serve? Tutti cercano qualcosa,

Sono un artista di strada probabilmente malato, poco incline alla socializzazione dettata da quest’epoca in cui non c’è posto per quelli come me, chiamo casa la mia chitarra acustica scordata,

Sono un artista di strada in crisi, non ho certezze, non ho appigli di alcun tipo e ho freddo se avverto delle fitte in prossimità della bocca dello stomaco,

Sono un artista di strada che ha scelto di non vivere la quotidianità fatta di pressioni, ansie, pensieri ridondanti e compromessi, sarò pure un vigliacco ma è cosi,

Sono un artista di strada, se apprezzi la mia umile performance lascia pure qualche spicciolo a terra, nella consumata custodia della chitarra scordata, comprerò il minimo indispensabile per arrivare a domani, sperando che la notte passi in fretta e che il sole, per sbaglio, non sorga più.

Sementa

È arrivata di nuovo l’estate, purtroppo. Che fa se piangiamo in un ristorante? Stava chiudendo e i pizzaioli sono stati messi al corrente del nostro rapporto di coppia. Hai scritto che in passato c’è stato qualcuno, poi mi hai detto vediamoci per un caffè o una birra che ne parliamo meglio. Certo. L’insonnia è andata via come qualcuno che hai conosciuto da poco. Ti ho lasciato fare e le montagne stanno ancora bruciando, biocidio o suicidio? Tanto la periferia non mi mancherà per nulla. Alla tavola calda il signore con il cappello non mangia mai, ordina solo da bere e scrive lettere senza destinatario. Le foto di vent’anni fa le rivedo chiudendo gli occhi, giochi e corse, abbracci e baci, sorrisi larghi e una felicità diffusa, tutti stavano bene, tutti erano ignari del dopo. Lungomare, fine luglio, hanno appena arrestato uno spacciatore di ricordi, vendeva emozioni degli anni ’60-’70, le prime annate dei ’90 e il giorno più lungo di Hiroshima, quando il sole cadde sulla terra, il 6 agosto 1945. Camilla mi ripeteva: “È normale, cosi vanno ‘ste cose”, lei ne ha visti di volti dietro la sua macchina fotografica professionale, si mettono in posa, esorcizzano quello che non raccontano a parole con pose e smorfie come trucchi di un illusionista alle prime armi, mentono alla camera, a Camilla e a se stessi. Al lido nessuno si fermò ad osservare la luna, il riflesso sulla cobalta superficie del mare non rende uguale, quei corpi buttati lì in movimento per sentirsi tutti parte di qualcosa, di una stessa unica e grande prospettiva, vacanti contenitori di caratteri sviluppati in una delle tante catene di montaggio. Tanto finisce che metto su un disco di Battisti e vado a letto con l’amaro in bocca che una sigaretta mi ha lasciato, ho promesso che smetterò di fumare ma non è questo il momento, non è il tempo delle promesse.

Hidden Hotel

Riesci a vedere le lamiere che si accartocciano all’afoso sole di maggio? Dovrebbe essere questo il mese ma non ne sono sicuro, non so più niente. Vorrei vederti e non immaginarti, al di là delle pareti, nel tuo improponibile pantalone a zampa di elefante e nel top color pesca (quello no che non lascia spazio all’immaginazione). Da quando siamo qui ho perso la rotta, dove siamo? Perché proprio a noi? Me ne sono fatte di domande, credimi, loro non mi dicono mai niente, più chiedo più mi menano, non resisterò a lungo, baby. Quando c’è vento sussurro le cose che vorrei dirti mentre conto le vertebre della tua schiena ambrata, magari trovano qualche spiraglio nelle lastre di amianto e giungono da te, toccano il labbro inferiore restando li per un po’, successivamente scivolano su quei piccoli seni rigonfi di dolore, di seguito passano al basso ventre, ed infine arrivano al fondoschiena dove si fermano a lungo, lo sento, e ti emozioni, ce ne sarebbero di poesie da dedicargli. Se piove ascolta il picchiettio dell’acqua sul tetto, a casa ci piaceva farlo restando nel letto, sotto al piumone imbottito di carezze. L’acqua fredda che ci lanciano addosso quando affermano di lavarci è una tortura vera e propria, siamo ritornati allo stato brado, forse non ci siamo mai evoluti. Me ne sto andando, honey, le lacrime di sangue valgono come manifestazione di resa? Lasciatemi andare, allora. Loro mi dicono che presto mi raggiungerai, se da un lato sono risollevato, dall’altro spero che qualcuno ti liberi perché come vedi non me l’hanno lasciato fare e non è giusto che tu svanisca cosi, tra mille modi possibili mai questo. Cos’è la morte rispetto a questo che stiamo subendo se non un dolce riposo senza interruzione alcuna?

Quante parole trascritte, memorie descritte tra fumo e rimpianti mentre tu nell’indefinito spaziavi. Remissivitá e abbandono nel caos privo di stelle, solito attaccare, mia la tua pelle eppur volgevi le spalle. Faccio quasi sempre l’alba e ancora il mio pensiero urta contro il muro degli eventi passati, delle corrispondenze mancate, delle parole dette e non pensate puntualmente ignorate dal cuor tuo fatto di grate. Dimmi ancora come mai non ci siamo trovati quando eravamo così vicini, ad un palmo dal fonderci, io volevo crederci. Possibile redimersi? Sfuma l’attimo e il sentimento che logora evapora eppure ancora ti aspetto, bramando di soffocare dolcemente sul tuo petto.

Cantastorie

Gallo del primo mattino canta ancora per me. Canta la storia in cui ero re di un regno senza tasse, dove ognuno faceva l’amore come gli andava e dove i bambini erano già cattivi. Canta la volta che Deborah danzò senza fermarsi un secondo, fumò la settimana in un tiro di tabacco bruciato, quando si innamorò dell’orso bianco della gabbia dello zoo. Canta di mio fratello, poeta maledetto della gioventù bruciata, anima in pena degli anni ’90, essere errante in un pianeta che non riconosce. Canta di come annunci la venuta del giorno, con angoscia mandi gli uomini a rifugiarsi nei morbidi involucri del reset, poi ti fermi, riprende l’omologazione sociale, la desoggettivazione, la dipendenza dalle connessioni. Continua cantando che, nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, in una mostra di alcuni viaggiatori ho cercato un eroe per la mia epopea, me ne sono uscito di lì con nuove domande associate a risposte che mai avrò. Canta, tanto per concludere, della bolla esistenziale di Michela in cui si vive di istantanee e street art, isolamenti acustici per accompagnare riflessioni sui riflessi, periodi blu di migratori neri.

Wild Horses

Non sto più dentro allo star system e ai suoi impensabili cachet. Recitai un po’ di tempo fa in una serie televisiva in cui ero un padre di famiglia con dei marmocchi a carico dei quali dovevo imparare ad occuparmi, che ci sono riuscito o meno, lo show faceva ridere ed andava forte con gli ascolti, entrammo senza volerlo nell’epoca d’ora della Tv, tutto quello che è venuto dopo è stato una copia della copia. La popolarità che mi derivò dal programma è quella che oggi mi fa vivere con una certa stabilità, cosa che non mi dispiace ma pensando a chi se la passa peggio, emergono le perplessità sul mio stile di vita, sulla mia inettitudine da relitto mediatico, svenduto simbolo del business degli schermi attivi 24 ore al giorno che entrano come batteri anaerobi nelle intimità delle case. Malati tutti. Malato e contaminato io. La verità è che ho perso pezzi di anima per strada perché per tutto questo tempo ho sempre vissuto in funzione di qualcosa o di qualcuno, la carriera mi aveva offerto illusioni di gloria che ho avidamente inseguito, ho fatto di tutto per ancorarmi ad un universo che conoscevo, credevo di conoscere. Il lato oscuro ha annientato la relazione con la mia manager, ha eradicato la convinzione di stare bene nella merda più nauseabonda, niente Oscar per te, Bojack, solo fischi e alcolici andati a male. Datemi una parte e potrò fingere ancora di saperlo fare, farvi credere che io sappia quello che sto facendo, tutti hanno diritto alla seconda possibilità, alla terza… Dopotutto sono solo un cavallo antropomorfo con la fiaschetta nella tasca sinistra delle giacca. È vuota, miseria!

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Bojack Horseman disegnato da Jacob Briggs

Libero di morire

Mi rimangono solo le immagini, non le foto che tappezzano i muri della mia stanza e che ho deciso di lasciare lí per quelli che vorranno capire chi ero e cosa amavo fare, ma quelle disposte in fila nella memoria, l’unica cosa che la malattia non ha potuto toccare, solo questo ho, questo resta. Se ne è andato via il mio corpo, per primo, ha portato con sé la sensibilità motoria, l’autosufficienza dell’organismo e della mia persona, la leggerezza del vento che soffiava sul viso mentre correvo poco dopo il tramonto, la coscienza di essere vivo, di stare al mondo tra la gente quando dalla console scatenavo le danze sfrenate di giovani anime notturne, poi è stata la volta degli occhi, lentamente si sono spente le luci e di conseguenza i colori, i paesaggi dei luoghi che hanno riempito le giornate con Valentina. Valentina, mio faro, mio sostentamento, se in questi ultimi due anni e mezzo ho follemente lottato è solo grazie a lei, si è fatta carica delle mie sofferenze, le ha alleviate con il suo amore ed è stata la mia voce quando faticavo a parlare con il respiratore automatico, o nei numerosi gridi d’aiuto rimasti inascoltati. Silenzio, questa la parola scelta dal Parlamento italiano, ha da poco rinviato per la terza volta la legge sul biotestamento ed io non ce la faccio più, mi manca tutto della vita visto che ora sono in una condizione di esilio forzato tra le mura domestiche, imprigionato in un cadavere alimentato da macchinari, questo non sono io, non lo sono mai stato. La mia non è una decisione egoistica, tutt’altro, è l’ultima disperata esaltazione della libertà, Valentina l’ha capito e non ha opposto alcun tipo di resistenza o turbamento, sa bene che il mio sollievo è tutto in quella dolce uscita di scena. Ho deciso di morire, un amico mi accompagnerà nel viaggio in Svizzera dove in qualche clinica finalmente cesseranno i dolori atroci alle braccia e alle gambe, le convulsioni che devo subire sobbalzando nella mia immobilità, dove dirò definitivamente addio alla prigione in cui sono rinchiuso per andare poi da qualche parte e ritrovarmi magari in una bella festa, di nuovo alla console, per far ballare tutti con la mia musica. 7c50eac2c0cdee4332d122c57879855b.jpg

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