Bologna é un portico

Accendo un’altra sigaretta, ti dicevo di avere il controllo sulle cose e invece tutto mi sfugge, e riesco ad entrare in contatto solo con il calore che lasciano come un aroma, come quello del tuo corpo di ghiaccio. Piango, lacrime d’addio, come quella sera che bevemmo due bottiglie di vino ed io straripai, gli argini non potevano reggere per molto, ne ero consapevole, e lo sai meglio di me che le dighe non posso costruirle, non sarebbero a norma. In tre giorni ho visto un’altra vita, vissuto le storie di chi ho avuto attorno e te? E che ne so delle domande che ti governano la mente o delle emozioni che collegano cervello e cuore, eppure hai sempre dormito con la leggerezza di chi domani é pronto a ripetere quello che ha fatto il giorno prima, non volevi evadere? Non riesci a chiudere quella finestra da cui arriva il freddo, o ne vuoi aprire tante nello stesso momento e sperimentare la resistenza ai tremori? Tremi, me lo hai detto e l’ho sentito, ignori anche tu il magnitudo, e come fai a servire il caffé al bar? Lo posso fare io e poi é anche giusto che dopo dieci anni tu possa riposarti un po’, tuo padre capirá. Curiamoci i demoni. La vita é un compromesso, soprattutto con te stesso. Non ce la fai proprio, vero? Ce la faremo a… ? Poi dicesti che tutto torna, e noi? Noi ritorniamo e ci ritroviamo? Ci stiamo in quel flusso, ne sei sicura? C’é sempre qualcosa che sfugge al controllo e alla leggi, vedi, stamane hai comprato un altro pacchetto di sigarette, quel vizio che se ne doveva necessariamente andare con il pacchetto del giorno prima, con quelle ultime Merit, come quei tre giorni a Bologna, é stato a fine gennaio.
Senti? É il rumore della pioggia. Possiamo confonderci.

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Satelliti

Franco lavora in un call center. Ha studiato come un matto per finire lì. Annoiato spirito nato nei ’90 spentosi prima del tempo. Spaventapasseri per le bestemmie e le domande dei clienti, subisce in silenzio, dorme poco e male, vive 48 ore in un giorno. Satellite professionale

Lorena non è riuscita a laurearsi. C’ha provato fino alla fine ma niente. Ingranaggio difettoso di un sistema che la voleva laureata in un battito di ciglia, pronta e impacchettata per la produttività capitalista, quasi pronta. L’hanno vista precipitare dalla cima della seduta di laurea, simulata agli altri come il futuro che l’avrebbe attesa. Satellite sociale

Ciro senza una zampa. Investito, malmenato, deriso, rifiutato. Ha provato a farsi accettare lo stesso, ha scodinzolato a tutti sempre, Ciro che ne sa dell’indifferenza. È ancora in giro che cerca il significato dell’amore, questo suono l’ha sentito pronunciare spesso. Un cane conosce l’empatia, disse. Vuole sapere se è lo stesso. Satellite animale

Leon non si è curato il dolore. Una volta una storia con una ragazzina, con lei apprese il bene. Cuore malato non sente niente. La morte di lei lo annegò dentro. Leon è qui con noi, non è qui con noi. Sta in orbita in un’altra galassia, la galassia dove si può stare bene. Satellite esistenziale

Alfredo ha paura degli altri bimbi. Ingenuo fanciullo che pensa solo a giocare dimenticandosi dello sfondo. È nato ieri ma è già stanco di questa realtà, mai protetto davvero. Parla una lingua strana ma quando lo fa racconta storie di soprusi. Da grande vuole fare il poeta anche se la poesia è stata bandita dalla società, i sogni, pure quelli non vengono prodotti più. Satellite generazionale

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Photo by Viki Kollerová

Pane con le olive

Taglia le olive in pezzi, aggiungici anche pezzi del tuo cuore e mettile sul pane

Olive snocciolate mentre noi abbiamo il nocciolo

Portiamo i piatti e mangiamo stesi sul divano come i patrizi romani, noi semo fieri di essere due plebei di provincia

Scambiamoci l’anima nei bicchieri di vino, assaporiamo la libertà dal tempo

Per un’ora rimandiamo le battaglie con i demoni, in quell’ora vogliamoci bene senza pensare troppo alle conseguenze

Fumiamo i silenzi, non esageriamo che poi ci salgono l’amarezza e i ricordi

Nella notte ci sentiamo a nostro agio, siamo figli delle tenebre eppure guardiamo le stelle e sogniamo di vivere sulla luna

Metabolizziamo il presente per capire cosa vogliamo mangiare domani, cuciniamo insieme la nostra sopravvivenza

È tardi, le fette di pane sono finite, qualche oliva è rimasta, i nostri noccioli li portiamo a dormire con noi, li togliamo con i vestiti.

Da qualche parte in Antartide

Sto andando incontro alla morte. Già, proprio cosi, inconsciamente credo di saperlo ma proseguo lo stesso sulla strada della follia, un percorso insensato che non conduce a nulla, una landa desolata di ghiaccio e solitudine cosmica. Mentre gli altri membri del branco con lucidità si muovono verso la ricerca del cibo, verso l’oceano, io resto lì, al centro, un puntino che si distingue dalla candida distesa di neve. E che gli dico agli altri? Che poi mi avrebbero disconosciuto per un po’ di pesce…che strani che siamo se poi ci pensate, siamo degli sconosciuti che fingono di conoscersi e di convivere, ma io sono io, no, ero, nel momento in cui penso sono già diverso dal me di qualche attimo prima e continuerò a trasformarmi, ad adattarmi al contesto richiesto per ragioni di sopravvivenza della specie. In direzione opposta e contraria, inizia il mio personale pellegrinaggio agonizzante, punto alle catene montuose sullo sfondo dell’orizzonte, un viaggio di centinaia di chilometri, senza vedere del pesce, senza una goccia d’acqua. I ricercatori l’hanno più volte definita una vera e propria marcia della follia, anche se uno di loro mi riportasse al punto di partenza, ripartirei subito dopo con insistenza, goffamente, nuovamente riprendo quei km di vuoto, 5000 per l’esattezza, vado per l’interno del vasto continente sfuggendo ai canoni, a qualsiasi logica ipotizzabile, al prestabilito. E guai a toccarmi, potrei ulteriormente disorientarmi, ed è quella la peggior cosa che possa capitare ad un folle, se uno non ha la concezione dello spazio-tempo ma vive nel suo involucro dimensionale, beh c’è poco da fare, rassegnatevi voi razionali. Nel mentre, io proseguo, non potete capire quello che sento, non provateci, non scervellatevi troppo, ve ne prego, lo dico solo per voi perché tanto conoscete già la conclusione di questo evento. Ma arriverà il giorno in cui ci sarà la fine di tutto, del freddo, degli imponenti ghiacciai, del pesce, della mia specie e anche della vostra, e forse solo allora ve ne farete una ragione.

Un pinguino. Da qualche parte in Antartide.

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Encounters at the End of the World (Werner Herzog, 2007)

Busker

Sono un artista di strada senza voce, confeziono momenti di riflessione per passanti distratti,

Sono un artista di strada che di strada non ne ha fatta, sognavo di scrivere per il cinema, volevo conoscere e raccontare le vite altrui per capire meglio la mia,

Sono un artista di strada malinconico e vagabondo proprio come quegli animali persi e disorientati, cerco qualcosa che non so, che non ho, che non conosco, che mi serve? Tutti cercano qualcosa,

Sono un artista di strada probabilmente malato, poco incline alla socializzazione dettata da quest’epoca in cui non c’è posto per quelli come me, chiamo casa la mia chitarra acustica scordata,

Sono un artista di strada in crisi, non ho certezze, non ho appigli di alcun tipo e ho freddo se avverto delle fitte in prossimità della bocca dello stomaco,

Sono un artista di strada che ha scelto di non vivere la quotidianità fatta di pressioni, ansie, pensieri ridondanti e compromessi, sarò pure un vigliacco ma è cosi,

Sono un artista di strada, se apprezzi la mia umile performance lascia pure qualche spicciolo a terra, nella consumata custodia della chitarra scordata, comprerò il minimo indispensabile per arrivare a domani, sperando che la notte passi in fretta e che il sole, per sbaglio, non sorga più.

Sementa

È arrivata di nuovo l’estate, purtroppo. Che fa se piangiamo in un ristorante? Stava chiudendo e i pizzaioli sono stati messi al corrente del nostro rapporto di coppia. Hai scritto che in passato c’è stato qualcuno, poi mi hai detto vediamoci per un caffè o una birra che ne parliamo meglio. Certo. L’insonnia è andata via come qualcuno che hai conosciuto da poco. Ti ho lasciato fare e le montagne stanno ancora bruciando, biocidio o suicidio? Tanto la periferia non mi mancherà per nulla. Alla tavola calda il signore con il cappello non mangia mai, ordina solo da bere e scrive lettere senza destinatario. Le foto di vent’anni fa le rivedo chiudendo gli occhi, giochi e corse, abbracci e baci, sorrisi larghi e una felicità diffusa, tutti stavano bene, tutti erano ignari del dopo. Lungomare, fine luglio, hanno appena arrestato uno spacciatore di ricordi, vendeva emozioni degli anni ’60-’70, le prime annate dei ’90 e il giorno più lungo di Hiroshima, quando il sole cadde sulla terra, il 6 agosto 1945. Camilla mi ripeteva: “È normale, cosi vanno ‘ste cose”, lei ne ha visti di volti dietro la sua macchina fotografica professionale, si mettono in posa, esorcizzano quello che non raccontano a parole con pose e smorfie come trucchi di un illusionista alle prime armi, mentono alla camera, a Camilla e a se stessi. Al lido nessuno si fermò ad osservare la luna, il riflesso sulla cobalta superficie del mare non rende uguale, quei corpi buttati lì in movimento per sentirsi tutti parte di qualcosa, di una stessa unica e grande prospettiva, vacanti contenitori di caratteri sviluppati in una delle tante catene di montaggio. Tanto finisce che metto su un disco di Battisti e vado a letto con l’amaro in bocca che una sigaretta mi ha lasciato, ho promesso che smetterò di fumare ma non è questo il momento, non è il tempo delle promesse.

Hidden Hotel

Riesci a vedere le lamiere che si accartocciano all’afoso sole di maggio? Dovrebbe essere questo il mese ma non ne sono sicuro, non so più niente. Vorrei vederti e non immaginarti, al di là delle pareti, nel tuo improponibile pantalone a zampa di elefante e nel top color pesca (quello no che non lascia spazio all’immaginazione). Da quando siamo qui ho perso la rotta, dove siamo? Perché proprio a noi? Me ne sono fatte di domande, credimi, loro non mi dicono mai niente, più chiedo più mi menano, non resisterò a lungo, baby. Quando c’è vento sussurro le cose che vorrei dirti mentre conto le vertebre della tua schiena ambrata, magari trovano qualche spiraglio nelle lastre di amianto e giungono da te, toccano il labbro inferiore restando li per un po’, successivamente scivolano su quei piccoli seni rigonfi di dolore, di seguito passano al basso ventre, ed infine arrivano al fondoschiena dove si fermano a lungo, lo sento, e ti emozioni, ce ne sarebbero di poesie da dedicargli. Se piove ascolta il picchiettio dell’acqua sul tetto, a casa ci piaceva farlo restando nel letto, sotto al piumone imbottito di carezze. L’acqua fredda che ci lanciano addosso quando affermano di lavarci è una tortura vera e propria, siamo ritornati allo stato brado, forse non ci siamo mai evoluti. Me ne sto andando, honey, le lacrime di sangue valgono come manifestazione di resa? Lasciatemi andare, allora. Loro mi dicono che presto mi raggiungerai, se da un lato sono risollevato, dall’altro spero che qualcuno ti liberi perché come vedi non me l’hanno lasciato fare e non è giusto che tu svanisca cosi, tra mille modi possibili mai questo. Cos’è la morte rispetto a questo che stiamo subendo se non un dolce riposo senza interruzione alcuna?

Quante parole trascritte, memorie descritte tra fumo e rimpianti mentre tu nell’indefinito spaziavi. Remissivitá e abbandono nel caos privo di stelle, solito attaccare, mia la tua pelle eppur volgevi le spalle. Faccio quasi sempre l’alba e ancora il mio pensiero urta contro il muro degli eventi passati, delle corrispondenze mancate, delle parole dette e non pensate puntualmente ignorate dal cuor tuo fatto di grate. Dimmi ancora come mai non ci siamo trovati quando eravamo così vicini, ad un palmo dal fonderci, io volevo crederci. Possibile redimersi? Sfuma l’attimo e il sentimento che logora evapora eppure ancora ti aspetto, bramando di soffocare dolcemente sul tuo petto.